Se volete scommettere sui Pir, fatelo da soli e non regalate soldi alle banche

15 Maggio 2017 :: Beppe Scienza :: Attualità

Articolo sul Fatto Quotidiano del 15-5-2017 pag. 22

Molti risparmiatori italiani reagiscono come il proverbiale cane di Pavlov. Appena gli prospettano di non pagare tasse, accettano qualunque proposta-trappola dell’industria del risparmio gestito: polizze vita, fondi pensione ecc. E di regola si danno la zappa sui piedi.

L’ultima sono i Piani individuali di risparmio (Pir), una formula in sé non assurda per indirizzare i risparmi verso le imprese anche medio-piccole. A fronte del rispetto di determinate regole, si viene dispensati da diverse imposte: sugli interessi, i capital gain, le successioni ecc. Bisogna investire il 70% in certe azioni od obbligazioni e in particolare il 21% fuori delle società più grosse, non disinvestire per almeno un cinque anni ecc. Con una rara decisione giusta, il governo Renzi ha concesso tali agevolazioni anche fuori del risparmio gestito, cioè per il fai-da-te. Non era stato praticamente mai così dal 1974, anno di introduzione dell’Irpef.

Molto bello, molto buono, ma tutto ciò come si traduce nei fatti? Per cominciare banche e sim italiane fanno muro a chi cerca di aprire un Pir per acquistare direttamente le azioni e/o obbligazioni. Vogliono fargli sottoscrivere fondi comuni o simili. Questo è il primo scandalo, regolarmente sottaciuto.

E con le piattaforme di trading on line, cioè per la compravendita dei titoli via Internet? Niente da fare con quelle di emanazione bancaria: Fineco, Sella on line ecc. e men che mai con Online sim. A breve offrirà tale servizio Directa sim, cui dovrebbe affiancarsi a settembre l’olandese Binck Bank.

Ma c’è altro. Risulterebbe infatti una forte discrepanza fra chi compra con un Pir direttamente azioni od obbligazioni, e di regola deve tenerle bloccate per cinque anni, e chi vi mette fondi comuni, i quali invece possono rivendere i titoli in portafoglio anche dopo cinque minuti. Può darsi però che questo cambi con la circolare interpretativa che si attende dall’Agenzia delle Entrate e che conviene comunque aspettare.

In ogni caso sono da evitare i Pir proposti da banche e sim e costruiti con fondi comuni o sicav. Quando mai saranno convenienti rispetto al fai-da-te? Il risparmio fiscale sostanziale coi Pir è l’azzeramento dell’aliquota del 26% su interessi e plusvalenze. Ed esso dev’essere sufficiente a compensare i costi manifesti e occulti della gestione, stimabili nell’ordine di un 2%. Per non chiudere in perdita, i titoli nel Pir dovrebbero quindi rendere oltre il 7,7% annuo composto. È un’ipotesi molto, ma molto ottimistica.

Beppe Scienza

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