Stupidario del Sole 24 ore

Da "Il Risparmio Tradito (2a edizione)" di Beppe Scienza, Edizioni Libreria Cortina Torino, pp. 207-216,
Appendice n.1, Stupidario del Sole 24 Ore

Errori, strafalcioni, imprecisioni; un piccolo florilegio dei più grossi obrobri che abbiamo trovato sulle pagine economiche del Sole 24 ore

Sgombriamo però il campo da un possibile equivoco, per chi iniziasse a leggere proprio da qui: le altre testate non sono mica immuni da magagne e alcune sono miniere a cielo aperto per raccogliere svarioni.

Ma la Confindustria dimostra, col suo quotidiano, di poter dare a tutti lezioni di produttività... anche nello sfornare strafalcioni.

1. Assurdità sui titoli di stato

Merita risalire indietro nel tempo, per documentare il livello del Sole 24 Ore anche nei decenni passati. Orbene, il 9-10-1985 un lettore lamenta che la banca non gli ha ancora accreditato gl’interessi di fine marzo dei Cct, a suo dire per un ritardo della Banca d’Italia. Chiaramente una frottola, inventata per coprire proprie inefficienze. Un ritardo nei pagamenti da parte del Tesoro o della Banca d’Italia sarebbe stata una notizia da prima pagina.

Invece chi risponde (Enrico Gianfelici) non dice affatto ciò, ma anzi è subito pronto a scagionare la banca da ogni colpa scrivendo che «la liquidazione degli interessi» da parte della Banca d’Italia «può comportare ritardi rispetto alla scadenza degli stessi». Addirittura sostiene che per i Cct, coi «rendimenti semestrali legati a quelli dei Bot, la determinazione e liquidazione degli interessi può comportare ritardi rispetto alla scadenza degli stessi».

Una baggianata: il tasso delle cedole dei Cct è noto già prima della data di inizio godimento e quindi almeno 6 mesi prima del pagamento.

2. L’esperto risponde... e sbaglia

Un lettore chiede delucidazioni sulla tassazione dei dividendi di azioni tedesche. L’esperto risponde (è proprio questo il titolo dell’inserto del Sole 24 Ore) che in regime di risparmio amministrato «a condizione che si tratti di dividendi relativi a partecipazioni non qualificate negoziate in mercati regolamentati, italiani o esteri, sarà possibile limitare il prelievo in Italia all’imposta sostitutiva del 12,5 per cento» (16-10-2000 p. 1802, a cura di Gianluca Cristofori).

Invece no: fino al 2003 i dividendi esteri andavano comunque inseriti nella dichiarazione dei redditi. Non facendolo, si violava la legge.

3. Affermazioni insostenibili sui pronti contro termine

I pronti contro termine sono una formula un po’ complicata, a volte piú di moda a volte meno: vedi pag. 192. Al riguardo Angelo Drusiani arriva a dire, in un articolo molto elogiativo, che «l’impegno del venditore» – cioè della banca – «di riacquistare i titoli offre una garanzia di liquidità» (12-3-1990 p. 5).

Non è vero. A differenza dei Bot i pronti contro termine non sono affatto liquidi, perché non sono liberamente smobilizzabili prima della scadenza.

4. Un’ottica strabica

Nell’ottobre 2000 la Corte costituzionale dichiarò illegittimo l’uso bancario di accreditare a fine anno gli interessi a favore dei clienti, addebitando invece a ogni fine di trimestre quelli a proprio favore: è il cosiddetto anatocismo. Curiosamente il Sole 24 Ore presenta la questione con un titolo molto riduttivo: «Interessi, è scontro Abi-consumatori» (18-10-2000 p. 23).

Ma non è mica una polemica attizzata da qualche litigiosa associazione di consumatori. Lo scontro è semmai fra l’Abi (Associazione bancaria italiana) e le aziende, gli imprenditori, i commercianti ecc. Sono queste le categorie di persone che hanno piú spesso il conto corrente in rosso. Non i privati.

5. Difesa a spada tratta delle polizze vita

Il Sole 24 Ore inneggia alla sicurezza «di fruire di una rendita reale di 3 milioni al mese», affermando bellamente che le polizze di rendita differita «consentono di ottenere una rendita crescente (costante in termini reali) per tutta la vita» (Marco Liera ed Elisabetta Usuelli, 6-11-1994 p. 17).

Peccato che non fosse vero, perché le compagnie d’assicurazioni non garantivano affatto rendite costanti in termini reali, cioè in potere d’acquisto.

Walter Riolfi e lo stesso Liera presentano poi tali polizze come «i prodotti piú sicuri per chi desidera un reddito perpetuo», quando l’abc delle assicurazioni insegna che offrono rendite vitalizie, non perpetue (24-9-1995 p. 17).

6. La quadratura del cerchio

Leggiamo che le polizze cosiddette index linked sono rivolte a chi «vuole garantirsi [...] rendimenti vicini a quelli di un investimento azionario senza però rischiare di perdere i propri risparmi» (7-6-1998 p. 27).

Sembrerebbe la quadratura del cerchio. Peccato che di regola i rendimenti di tali formule siano sensibilmente inferiori a quelli di un investimento azionario, come scopre poi anche il Sole 24 Ore con la buffa iniziativa Polizze Chiare (vedi pag. 83), fingendo di dimenticarsi d’averle elogiate così tanto.

7. Elogi esagerati

Un titolo a tasso fisso non ha nulla di previdenziale, mancando ogni componente demografica e quindi di mutualità. Invece Isabella Bufacchi presenta un’obbligazione 30-ennale senza cedole della Deutsche Bank come «uno strumento in diretta concorrenza con fondi pensione e polizze vita» (12-9-1996 p. 24) e condisce l’articolo con espressioni elogiative quali: «dopo una lunga gestazione», «effetto-rarità», «la novità ha sempre un prezzo per il sottoscrittore», «titolo altamente innovativo» (calma, non è mica il primo zero-coupon bond nella storia della finanza!) ecc.

8. Uno scoop: 1 diviso 5 uguale 1/5

Nel giugno del 2000 inizia la trattazione alla Borsa italiana di un nuovo contratto future sull’indice azionario Mib30, esattamente pari a 1/5 del contratto Fib30 e subito battezzato MiniFib. Il quotidiano della Confindustria commenta: «Secondo alcuni operatori al costo inferiore corrispondono possibilità di guadagno pari a un quinto rispetto al Fib tradizionale» (13-6-2000 p. 31).

Ma non si tratta del parere di «alcuni operatori», bensì di un’ovvietà. Anche un bambino di terza elementare sa che 1:5 e un quinto (1/5) sono la stessa cosa.

9. Le azioni: queste sconosciute

Da parte del quotidiano della Confindustria ci si aspetterebbe una certa cura nel trattare l’investimento azionario, visto che lo consiglia in continuazione. Invece nella rubrica «Denaro & Lettera» (27-9-2000 p. 31, siglata R. Fi.) leggiamo riguardo alle Cirio che «le azioni sono tuttavia ancora molto lontane dai massimi raggiunti il 15 dello scorso mese di agosto a 0,562 euro».

Quindi non solo l’autore era all’oscuro dell’aumento di capitale appena conclusosi, per cui il prezzo di agosto andava rettificato in 0,24 euro avvicinandosi molto agli 0,22 euro del giorno prima. Ma non aveva neppure gettato l’occhio sul grafico da pubblicare accanto al pezzo dallo stesso Sole 24 Ore e qui riprodotto, che invece ne teneva conto.

10. Errori a grappolo sui buoni postali

La tesi di fondo non è sbagliata: il risparmio postale non sfigura piú rispetto ai titoli del Tesoro. Sono però un po’ troppi gli errori nell’ articolo di Christian Martino nelle pagine domenicali sul risparmio (13-9-1998 p. 18).

Per i Btp con nove anni di vita viene supposto un rendimento del 5,906% quando invece rendevano il 4,4%, come si poteva scoprire sfogliando lo stesso Sole 24 Ore. Btp con cedole annue del 5,906%, come quelli considerati nella tabella, non sono mai esistiti. L’ipotizzato reinvestimento degli interessi al lordo della ritenuta fiscale è impossibile per un privato ecc.

11. Un obbrobrio

Per quanto riguarda la cosiddetta duration o durata media finanziaria il Sole 24 Ore tratta i titoli indicizzati come se fossero a tasso fisso. Lo faceva negli anni ’80, negli anni ’90... e continua a farlo nel Terzo Millennio. Purtroppo si tratta di un dato alquanto specialistico e sarebbe lungo esaminarlo in dettaglio. Ma che calcolarlo così sia un obbrobrio non è il parere solo dell’autore, ma anche dei piú accreditati studiosi del settore.

12. Errori belli e buoni

Non sarebbe però giusto lasciare a bocca asciutta chi, di gusti semplici, ama gli errori senza tanti fronzoli. Ecco allora Riccardo Sorrentino che sul Sole 24 Ore del 24-10-1993 scrive che «... nel 1984 il rendimento reale del debito pubblico italiano è sceso al –5,26 per cento».

Uno scoop? No, l’ennesimo sbaglio, perché in quell’anno i Cct resero invece mediamente +9,9%, i Btp +8,8% e i Bot +8,1%, sempre reale (e comunque in termini nominali la bellezza di +19,6, +18,4 e +17,6 per cento). Per giunta l’errore, grazie al grafico che lo evidenziava, saltava agli occhi di chiunque avesse seguito le vicende finanziarie negli anni precedenti. È infatti arcinoto che in Italia i tassi reali dal 1982 erano sempre stati positivi (vedi pag. 68).

Ma non c’è proprio nessuno in redazione che dia un’occhiata ad articoli e grafici, prima di pubblicarli? Così avrebbero evitato di scrivere che «la svalutazione della lira, invocata da piú parti, rimane comunque molto improbabile», quando risaliva ormai a due giorni prima (Sole 24 Ore di lunedì, 14-9-1992 p. 37). Quali che siano infatti i tempi di confezione del numero del lunedì, esso si presenta come un quotidiano per cui il lettore s’aspetta notizie aggiornate. Non sono mica in ritardo di 3-4 giorni il Corriere della Sera o la Repubblica del lunedì!

13. Definizioni sballate

Nella sezione domenicale Risparmio & Famiglia c’è un piccolo glossario dei termini. così leggiamo che «La polizza vita può essere di due tipi: a vita intera e temporanea» (19-12-1999 p. 18). Invece ci sono anche quelle miste, quelle per il caso di vita di rendita vitalizia, di capitale differito ecc., che per giunta sono proprio quelle che ora vanno per la maggiore.

Oltre tutto ai redattori del Sole 24 Ore sarebbe bastato sfogliare il loro giornale: due pagine prima c’erano abbondanti esempi di polizze vita né a vita intera né temporanee.

14. Informazioni taciute

Ai giornalisti che negli anni ’70 scoprirono lo scandalo Watergate non passò neppure per l’anticamera del cervello di scrivere che vi era implicato un uomo politico... tacendo che si trattava di Richard Nixon. Ma il Sole 24 Ore non è il Washington Post.

così il 17-7-1994 Marco Liera rileva la scorrettezza della pretesa analogia fra il promotore finanziario e il medico di famiglia. Ma tace il nome della società che nella sua pubblicità presenta così i propri agenti. Analogamente segnala (13-10-1996 p. 17) una grave scorrettezza di una «grande banca nel centro di Milano», senza dire qual è.

Il Sole 24 Ore riferisce di un istituto di credito che applica interessi del 28% su uno scoperto di conto corrente (27-4-2000 p. 23) e, due giorni dopo (29-4-2000 p. 31), di una banca che favorisce i propri dipendenti nell’assegnazione di azioni di nuova emissione. In entrambi i casi senza fare i nomi.

Di nuovo Liera riporta sì la notizia delle vicende giudiziarie che hanno travolto la sim Finanza & Comunicazione di Milano, presieduta da Giuseppe Santorsola: perquisizioni, commissariamento, radiazione dall’albo e condanne per riciclaggio di denaro sporco. Ma né in un primo articolo del 17-2-1995 (p. 29), né in un secondo quello del 22-2-1995 (p. 22), né in un terzo del 14-5-1997 (p. 28) c’è traccia di un’informazione fornita invece con giusto risalto da Nino Sunseri su la Repubblica (19-12-1994 p. 14).

Cioè che si trattava proprio di quello stesso Santorsola che per anni aveva presieduto l’associazione delle reti di vendita porta a porta (Assoreti), sempre atteggiandosi a paladino della correttezza e della competenza dei promotori finanziari.

15. Gravi omissioni

Il 25-3-1996 Assoprevidenza organizza a Torino un convegno sui fondi pensione. La relazione centrale è di Giovanni Tamburi, coordinatore dell’Osservatorio dell’Unione Europea sulla previdenza complementare, che smonta gran parte dei luoghi comuni che troppi giornalisti italiani ripetono come pappagalli. L’intervento si basa su un ponderoso rapporto2, distribuito ai partecipanti.

Ma nel servizio di Marco Liera apparso l’indomani sul Sole 24 Ore non c’è traccia di tutto ciò, nonostante l’autorevolezza del relatore, l’obiettivo interesse delle affermazioni fatte e il vivace dibattito seguitone.

16. La voce del padrone

Il meccanismo del trattamento di fine rapporto (TFR) in vigore dal 1982 ha consentito alle aziende italiane di finanziarsi a tassi nettamente inferiori a quelli bancari. Logico quindi che fosse gradito ai proprietari (indiretti) del Sole 24 Ore, cioè agli industriali italiani.

Ma i suoi giornalisti potevano anche trattenersi dallo scrivere che «in epoca di bassa inflazione il rendimento reale del TFR può diventare interessante. Con un’inflazione all’1,5% il TFR rende il 2,6%, pari a un tasso reale dell’1,1%» (1-6-1997 p. 23). Ci vuole una bella impudenza per gabellare per buono un 1,1% a fronte di un rendimento reale dei Bot appena scaduti pari al 5,5% netto.

17. Nessun altro rischio?

Angelo Drusiani, della Albertini sgr, scrive in un suo «intervento» sulle obbligazioni emesse da società private che «investire in titoli che abbiano almeno una tripla B, a livello di rating, dovrebbe rappresentare un’ottima opportunità. L’unico rischio, in questo caso, potrebbe essere quello di un calo del grado di affidabilità ma null’altro» (21-2-2002 p. 39).

Pare che sia capitato qualcos’altro a chi aveva obbligazioni Parmalat e poi Lehman Brothers...

18. Come alimentare illusioni

Federica Pezzatti, subito dopo l’insolvenza della Lehman Brothers, intervista un avvocato (Edoardo Spano) il quale sostiene che «la modifica del Tuf del 2005 ha introdotto l’obbligo della banca di rispondere per i bond venduti nei 12 mesi antecedenti a un default» (Plus24, 20-9-2008 p. 6). Il servizio stesso è intitolato «Salvi i bond comprati negli ultimi 12 mesi», né Pezzatti avanza il pur minimo dubbio su tali affermazioni.

Non s’illudano però i possessori di obbligazioni Lehman Brothers, perché notoriamente le cose non stanno così. Il Testo unico della finanza (Tuf) contempla una responsabilità della banca in termini ben diversi, cioè per i titoli venduti in modo sistematico entro 12 mesi dall’emissione o dal collocamento. Non rientrano quindi in tale fattispecie le Lehman Brothers comprate magari nel corso del 2008 ma emesse qualche anno prima.

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