Guida al risparmio - Obiettivo: massima sicurezza!

(dalle pagg. 171-183 de Il risparmio tradito edizione 2009)

OBIETTIVO: LA MASSIMA SICUREZZA

Diversi i momenti storici, diversi gli obiettivi dei risparmiatori. A seconda delle situazioni possono essere:

  • Difendersi dall'inflazione. È stata questa la prima preoccupazione per una decina d'anni, a partire dal 1974, a fronte dell'aumento incessante dei prezzi al consumo che in Italia toccò il 26,2% annuo.
  • Guadagnare il più possibile. Allettati dalla crescita tumultuosa della Borsa dal 1984 sino al crollo del 21 maggio 1986, molti italiani temevano di perdere il treno dei facili guadagni. Si affrettavano cosi a investire nel fondo «che rendeva di piu».
  • Non perdere tutto. Nella primavera del 2008 era di nuovo l'inflazione a far paura, ma poi in autunno, dopo il crac della Lehman Brothers, subentrò il timore di perdere tutto: azioni, obbligazioni, polizze vita ecc. e addirittura i soldi sui conti in banca.

Iniziamo proprio da qui. Per evitare il peggio è fondamentale mantenere (o riprendere!) il controllo diretto e totale dei propri risparmi. Una norma di prudenza valida in generale, che diventa un imperativo categorico per chi vuole la massima sicurezza. Per sapere esattamente che rischi si corrono bisogna però essere personalmente titolari dei propri investimenti, cioè dei conti con le obbligazioni, i titoli di stato, le azioni, la liquidità ecc. posseduti.

Niente fondi, gestioni in fondi (Gpf), polizze ecc.

Lasciare che altri disponga in propria vece del proprio denaro espone a vari rischi: la società di gestione, il fondo pensione ecc. possono acquistare a prezzi fuori mercato, eseguire compravendite inutili per lucrare sulle commissioni, imbarcare immondizia finanziaria ecc. Bisogna quindi non delegare nessuna decisione su dòve tenere la liquidità, su quali titoli comprare, su quando eventualmente rivenderli ecc.

Il cosiddetto fai-da-te conviene ed è praticabile anche avendo poco tempo, quasi nessuna competenza e nessuna passione per la finanza. Non bisogna credere ai sedicenti esperti che ingigantiscono le difficoltà per catturare piu polli e spennarli meglio.

Incominciamo dunque col vedere come comportarsi con le forme di risparmio gestito e previdenza integrativa piu diffuse.

  • Fondi comuni d'investimento.
    Non sottoscriveme nessuno e liquidare quelli che si hanno, anche perché le varie stelle e stelline di Momingstar, Lippers, Cfs Rating, Consultique, Altroconsumo ecc. non possono fornire nessuna indicazione utile per il futuro.
  • Gestioni patrimoniali in fondi (Gp/).
    Disinvestirle immediatamente tutte: sono fra i prodotti meno trasparenti che esistano.
  • Obbligazioni unit linked.
    Da evitare sempre. A parte la garanzia di rimborso del valore nominale, sono unicamente involucri che contengono fondi comuni o gestioni in fondi. Se già comprate, la mancanza di trasparenza rende purtroppo difficile valutare se il danno minore sia tenerle a scadenza o liquidarle.
  • Fondi comuni immobiliari.
    I prezzi degli immobili sono infinitamente meno trasparenti di quelli di azioni, obbligazioni ecc. Ciò permette a un gestore disonesto di agire indisturbato, sicuro di non essere scoperto, e già questo è motivo sufficiente per stame alla larga. La scarsissima trasparenza rende anche difficile valutare cosa convenga fare con quelli eventualmente posseduti.
  • Polizze vita.
    Non sottoscriverne nessuna, neanche alle Poste. Per quelle in corso in genere conviene interrompere gli eventuali versamenti restanti. Può eccezionalmente convenire proseguirli, qualora ne avanzino pochissimi e il contratto contenga clausole-trappola che prevedono un «bonus finale», «terminaI bonus» ecc. solo se portato a termine. Sospesi i versamenti, dipende dai singoli contratti se il meno peggio sia il riscatto o aspettare la scadenza. Se è previsto un capitale finale almeno pari a quanto versato, di regola è preferibile la seconda alternativa. Le formule unit linked senza garanzia del capitale sono invece - nella sostanza - puri investimenti fmanziari privi di trasparenza. Meglio quindi riscattarle, salvo che uno decida di fidarsi alla cieca dei suoi gestori, presenti e futuri.

Purtroppo i prodotti assicurativo-previdenziali sono complessi e non è facile trovare qualcuno in grado di valutarli correttamente. Dare retta al venditore, persona fisica o società, è in genere la cosa peggiore. Nell' ambito della previdenza integrativa esistono poi situazioni in cui si hanno le mani legate e cioè ...

  • Fondi pensione e piani individuali previdenziali (pip)
    (Per la previdenza complementare o integrativa vedi: Beppe Scienza, "La pensione tradita", Fazi editore, 2a edizione, 2007. )
    In molti casi è impossibile riscattarli. Il peggio è quando un lavoratore dipendente ha aderito alla previdenza complementare. Non ne può uscire e addirittura non può impedire che vi finiscano anche le quote del suo TFR che matureranno negli anni futuri fino alla pensione. Può solo interrompere gli eventuali versamenti volontari (vedi pago 72).
  • Polizze vita non liquidabili.
    Alcuni contratti contengono clausole-trappola che per un determinato periodo impediscono al cliente di uscirne. Ad esempio è incastrato per un anno chi ha sottoscritto Blue Profits del Sanpaolo-Imi o UniDiamond Plus New dell'Unicredit. Solo dopo può disinvestire. Se ha bisogno di quei soldi prima, può farseli prestare dalla banca dando in pegno la polizza. Cosi essa guadagnerà un' altra volta a suo danno.

Attenzione però, perché l'opportunità di liquidare per es. un fondo azionario o una polizza unit linked azionaria, di per sé non significa che bisogni abbandonare l'investimento in azioni. Chi lo desidera, continuerà a puntare sulla Borsa. Ma lo farà direttamente, affinché nessun gestore possa ciurlare nel manico, sicuro di non essere scoperto. Analogo discorso vale per gli altri comparti d'investimento. Si salvano invece, magari con alcune riserve:

  • Gestioni patrimoniali in titoli
    (e non in fondi). Non proposte ormai quasi piu da nessuna società, almeno sono trasparenti per il risparmiatore (vedi Cap. lO).
  • Exchange traded fund (Etf).
    Sono una specie di fondi comuni che però - salvo alcune degenerazioni da evitare - si limitano a replicare un indice di Borsa o un paniere di titoli prefissato. Il cliente sa quindi esattamente in cosa ha investito (vedi pagg. 195-196).
  • Polizze per il caso di morte o di invalidità.
    Non sono prodotti finanziari. Piu o meno care e piu o meno adatte al caso specifico, hanno un loro senso assicurativo.

Vendere in perdita? Può convenire

Cosa capita a chi, stufo di rimetterci, vuole uscire da un fondo, una gestione o una polizza vita? Regolarmente si sente dire: «Non vorrà mica vendere in perdita?». È un ragionamento che in genere fa presa, perché è convinzione diffusa che sia sbagliato vendere rimettendoci. Moltissimi credono che sia un principio indiscusso nel campo degli investimenti. Invece l'idea che si debba badare al prezzo di acquisto o costo di carico, è un criterio talmente scalcagnato che i testi di finanza non si degnano neanche di smontarlo.

  • In quali casi infatti conviene vendere azioni che valgono 6 euro? In particolare quando si pensa che scenderanno. Ma allora perché non farlo anche avendole pagate di piu, per es. 8 euro? Le quotazioni scenderanno o saliranno del tutto indipendentemente dal proprio prezzo di carico! L'esitazione a vendere in perdita è frutto di un'idea errata, cioè che la perdita non ci sia fmché non si vende. Invece, se il prezzo è sceso, la perdita c'è già stata.
  • Logicamente vale anche l'inverso: converrà tenere in portafoglio titoli con buone prospettive, che siano stati pagati meno o piu di quanto valgono ora.

Per decidere di liquidare un investimento non ha nessuna rilevanza l'essere in perdita o in guadagno, cosa ritenuta invece importante o addirittura determinante da tanti giornalisti, gestori e persino da società di analisi: Mario Spreafico direttore degli investimenti di Banknord sim (il Mondo, 18-10-2002 p. 50), Giuliano Castagneto (Patrimoni di Milano Finanza, maggio 2003 p. 6), Guido Alliod di Nuovi Investimenti sim (Sole 24 Ore, 8-2-2004 p. 24), Luigi Romano di Montepaschi (MF, 24-8-2004 p. 12), Momingstar sul Mondo (16-5-2005 p. 90) ... e potremmo continuare a lungo.

Nel reddito fisso poi esistono guadagni e perdite per cosi dire programmati. Prendendo obbligazioni a cedola nulla che quotano 76 euro, è normale che il loro prezzo salga verso i 100 euro con l'avvicinarsi della scadenza. Viceversa comprando a 140 euro Btp 9% 1-11-2023, a tali livelli per il pingue tasso nominale, è scontato che il loro prezzo scenderà verso 100. Ma da ciò non consegue mica automaticamente che le prime siano piu convenienti dei secondi, né viceversa. Fosse cosi semplice ...

Cosa consiglia invece Claudio Bazzano nel libro "La pensione privata" delle edizioni del Sole 24 Ore-Pirola (1995) di fronte a un titolo obbligazionario che «con il cambiare delle condizioni di mercato non sia piu interessante»?

  • «aspettare passivamente la scadenza del titolo» nel caso in cui «il titolo è si vendibile, ma con una perdita in conto capitale talmente elevata che non conviene fare l'operazione»;
  • quando invece il titolo «può essere tranquillamente venduto senza subire alcuna perdita in conto capitale» consiglia di venderlo per «reinvestire il capitale in un titolo migliore» (pp. 152 e 153).

Ma che senso ha tutto ciò? Se posso ottenere di piu reinvestendo diversamente la cIfra che ricavo, mi converrà vendere l'obbligazione che sia in guadagno o in perdita. Cosi è privo di qualunque rilevanza il fatto di «perdere in conto capitale un importo abbastanza importante» con un titolo comprato a 98,5 e sceso a 94 euro (Panorama-Sole 24 Ore, 2-11-2000 p. 7).

Riguardo poi ai fondi comuni non ha nessun fondamento, ma è certa gradita a venditori e gestori, l'affennazione apodittica del Sole 24 Ore: «Uscire da un fondo obbligazionario in perdita? Non conviene» (2-7-2000 p. 17). Anche per i fondi comuni il prezzo d'ingresso è irrilevante per decidere se uscirne o restare.

Il discorso non cambia neppure per le polizze vita, in particolare per le strampalate unit linked che di nome sono polizze, ma nella sostanza prodotti del risparmio gestito: spesso conviene riscattarle, accettando di rimetterei contabilmente, piuttosto che continuare a sommare perdita a perdita.

Né al riguardo esistono piu scuole di pensiero: sulla non rilevanza dei prezzi di carico l'accordo fra studiosi ed esperti della materia è unanime. Diverso il discorso se si tratta di giudicare un consiglio ricevuto, il comportamento di un gestore ecc. Sapere a quanto (e quando) sono stati comprati uno o piu titoli è fondamentale per valutare la bontà dell'indicazione o della gestione ricevute, del metodo seguito ecc. Ma non per decidere se tenere o vendere quel detenninato o quei detenninati titoli.

Gli investimenti diretti

Abbiamo visto una serie di scatole opache e costose (fondi, polizze, obbligazioni unit linked ... ) che fungono da contenitori per gli impieghi di base del risparmio, che sono quelli elencati nella tabella seguente. Notiamo che tutti fruttano qualcosa: interessi, dividendi, affitti ecc. che ovviamente, al netto degli eventuali costi, possono essere consumati oppure reinvestiti.

I quattro principali impieghi del risparmio
genere di investimento forme possibili proventi costi, a parte le imposte
depositi a vista conti correnti, conti di deposito, libretti postali... interessi irrrisori (bolli ecc.) o nulli
reddito fisso Titoli di stato (Bot, Cct, ecc.), pronti contro termine, obbligazioni, buoni postali... interessi, premi di rimborso irrilevanti (costi del deposito titoli) o nulli
quote di aziende azioni... dividendi irrilevanti
beni reali case, garage, terreni, agricoli canoni d'affitto manutenzione

Esistono poi impieghi che non fruttano nulla: l'oro, le opere d'arte ecc. Proprio per tale caratteristica sono inadatti quali soluzioni a lungo termine, salvo in un'impostazione fortemente pessimistica.

Come evitare le perdite

Esamineremo ora l'impostazione di chi vuole evitare a ogni costo qualunque perdita. Al riguardo alcuni affermano che tutti gli investimenti sono a rischio, in misura maggiore o minore. È un'impostazione troppo generica, come può risultare chiaro dai seguenti confronti fra rischio di morire e il c.d. rischio di default.

Probabilità dell'evento Rischio di...
incidenti mortali default, cioè insolvenza
trascurabile passeggiando nel giardino protetto da un alto muro buoni fruttiferi postali titoli della Germania
molto bassa prendendo un treno titoli di grosse società (Enel, Ubs . . . )
più o meno elevata facendo parapendio volando su un ultraleggero ecc. obbligazioni di società o stati molto indebitati

Passiamo dunque in rassegna i principali investimenti, inizialmente ragionando solo in termini monetari, cioè senza considerare l'inflazione.

  • Azioni e derivati (warrant, future ecc.). In linea generale sono esposti al rischio di perdita anche del 100% di quanto investito. Nel caso poi per es. della vendita di contratti future la perdita può addirittura essere superiore, se rapportata al deposito a garanzia, ma si tratta di operazioni speculative che esulano dai normali impieghi del risparmio.
  • Covered warrant e c.d. certificati (o, in inglese, Certificates). Espongono sempre a rischi di perdite, anche quelli la cui pubblicità lascia intendere che tal rischio non ci sia, come i Valuta Plus Certificates di Abn Arnro 2.
  • Obbligazioni in valute estere. Si rischiano perdite sul cambio, non compensate da salite dei prezzi, anche se emesse da soggetti sicurissimi come la Bei, la Birs ecc. Vedi il -70% per le Bei 10,25% 2007-2010 in corone islandesi 3 dall'emissione all'autunno 2008, senza nessuna insolvenza né timori d'insolvenza dell'emittente!
  • Obbligazioni in euro di banche italiane. L'insolvenza è molto improbabile, ma altri titoli si possono ritenere piu sicuri.
  • Titoli di stato in euro italiani, tedeschi,francesi ecc. o di enti sovranazionali (Bei, Birs ecc.). Si può fare conto che interessi e rimborsi verranno pagati alle date e condizioni previste dal regolamento. Si è però esposti al C.d. rischio di prezzo, vendendoli prima della scadenza: può cioè accadere che uno incassi complessivamente meno di quanto ha investito.

I soli investimenti coi quali non si corre tale pericolo, con cui cioè non può capitare di perderci, qualunque giorno uno li liquidi, sono:

  • Conti o depositi a vista. Si chiamano cosi perché permettono di ritirare in qualunque momento tutte le somme versate: conti correnti e libretti, bancari e postali, conti di deposito quali Conto Arancio, Santander, Chebanca ecc. In essi il capitale non varia mai, salvo aumentare per l'accredito di interessi.
  • Buoni fruttiferi postali. Permettono il riscatto in qualunque momento ed è sempre garantito il capitale al 100% (vedi anche pagg. 187-188). Quindi è possibile sottoscriverli oggi e fare marcia indietro anche fra pochissimi giorni, al limite domani, sicuri di non rimetterci nulla. Ciò non vale per i titoli di stato, Bot compresi. A rivenderli dopo pochissimi giorni si perde facilmente uno 0,6% per le commissioni di acquisto e di vendita, proprio nell 'ipotesi che il prezzo sia rimasto invariato.

Resta da esaminare il rischio di perdite reali, ovvero al netto dell 'inflazione: si possono infatti avere gli stessi euro investiti e magari anche di piu, ma averci rimesso in termini di potere d'acquisto.

Il rischio inflazione

Escludendo i casi di fallimento di un emittente, di una banca o addirittura di crollo dell 'intero sistema fmanziario, il pericolo piu grave per un risparmiatore è l'inflazione. Essa può decurtare fortemente e addirittura polverizzare il potere d'acquisto di quanto investito in titoli di stato, obbligazioni, depositi bancari ecc. li caso piu noto nella storia è l'iperinflazione nella Germania della Repubblica di Weimar, ma è possibile subire gravi danni anche in scenari meno catastrofici. Basta traversare un periodo di tassi reali negativi, cioè di rendimenti che non coprono la perdita di potere d'acquisto della moneta (vedi Cap. 19).

  • Messe nel 1972 in titoli di stato, 100 lire dopo dieci anni si erano ridotte a 30,8 lire in potere d'acquisto, malgrado il continuo regolare pagamento e reimpiego di tutti gli interessi.
    Quasi un -70% reale pur senza nessuna insolvenza, ossia senza nessun default, com'è di moda dire adesso.
  • Un risparmiatore prudente, che nel 1967 aveva stipulato una tipica polizza previdenziale, nel 1992 ricevette 33 lire ogni 100 versate, sempre ragionando in potere d'acquisto. Un -67% reale pur senza nessun crac della compagnia di assicurazione.

Con l'euro il rischio che ciò si ripeta è molto minore, ma non si può escludere. Sicuramente non lo escludono le assicurazioni o i fondi pensione, visto che nessuna e nessuno lo copre, salvo al massimo per pochi anni. Ma se le vicende economiche sono sempre in larga misura imprevedibili, in compenso qualcosa si può dire su come reagiscono i differenti investimenti nel caso di una recrudescenza dell' inflazione.

  • Impieghi a breve termine. Una delle strategie difensive piu seguite è limitarsi agli investimenti a breve termine. Con Bot, pronti contro termine, conti di deposito ecc. si evitano le perdite in conto capitale che colpiscono in tali frangenti il reddito fisso. Ma questo a volte non basta. Chi nel 1974 aveva Bot si ritrovò a fine anno in potere d'acquisto con -13,1 %; nel 1980 con -5,4%. Ma anche nel 2003 o nel 2005, tolta l'inflazione e le commissioni di sottoscrizione, i Bot annuali resero -0,3%. Non offrono nessuna garanzia prodotti come i Certificates sul tasso C.d. eonia, tasso cui le banche si prestano denaro da un giorno all' altro, contrariamente a quanto scrive per es. il Mondo (3-5-2008 p. 48). Nicola Francia di Abn Amro ha un bel dire che il suo «certificato [ ... ] supera abbondantemente l'attuale tasso d'inflazione. E se l'inflazione e tassi dovessero salire, anche l'eonia salirebbe». Questo è tutto da vedere e comunque non è garantito, oltre ai rischi di un crac di Abn Amro 6.
  • Reddito fisso. All'aumento dell 'inflazione si accompagna di regola quello dei tassi nominali d'interesse, che abbatte il valore dei titoli già in circolazione. I piu esposti ai colpi bassi sono quelli a cedola fissa, come i buoni del tesoro poliennali (Btp). Meglio in quest' ottica per es. i certificati di credito del tesoro (Cct). Grazie all'aggancio ai tassi dei Bot, è probabile che le cedole stiano dietro agli eventuali aumenti dei prezzi. Probabile ma non certo: abbiamo visto che a volte i Bot rendono meno dell'inflazione. Diverso il discorso per i cosiddetti titoli reali, che vedremo pitI avanti.
  • Immobili. Negli ultimi decenni in Italia gran parte degli immobili hanno mantenuto, almeno in larga misura, il loro valore in termini reali. Non è detto che sarà cosi in generale anche in futuro, soprattutto per motivi demografici, e tanto meno è sicuro che ciò valga per il particolare immobile (appartamento, garage, terreno agricolo ecc.) che uno compra e per qualunquè periodo di possesso, anche per i costi e le imposte di acquisto e rivendita.
  • Beni rifugio: oro, diamanti ecc. L'unico che può avere un qualche senso è l'oro, ma non c'è nessuna garanzia che l'investimento non si concluda in perdita, come è capitato pitI volte in passato e in particolare ancora nel 2008. I diamanti invece sono, come investimento, da evitare con la massima cura.
  • Azioni. Non offrono nessuna garanzia. In certi periodi andò relativamente bene, per es. a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, in altri fu un disastro, per es. con l'alta inflazione accompagnata dalla stagnazione economica, la cosiddetta stagflation. Nel 1974, mentre il costo della vita era aumentato del 25%, Piazza Affari fece -29% nominale ovvero un -46% reale. Solo la tipica infatuazione confindustriale per la Borsa può far dire a Isabella Bufacchi che le azioni «rappresentano una protezione contro l'aumento degli indici dei prezzi» (Sole 24 Ore, 4-10-2002 p. 39).

Quanto osservato per le azioni, vale per tutte le alternative elencate: in particolari periodi, magari anche lunghi, pure fondi e polizze a volte hanno battuto l'inflazione. Sempre pronti a ingannare i loro clienti, molti gestori e assicuratori si sono fatti belli, attribuendosi il merito di «avere garantito rendimenti superiori all'inflazione». Spesso sono anche riusciti a farlo credere grazie alla claque del risparmio gestito, ben incardinata nei posti chiave del giornalismo economico italiano. Invece era semplicemente andata bene, senza che ci fosse una qualche garanzia al riguardo, e infatti in altri periodi il risparmio gestito e la previdenza integrativa hanno condotto a pesanti perdite reali. Chi vuole assolutamente garantito il potere d'acquisto dei propri risparmi deve muoversi in un' altra direzione.

Agganciarsi al costo della vita

Per fortuna un risparmiatore che voglia cautelarsi dal rischio inflazione ha ormai a portata di mano alcune valide soluzioni. Sono i titoli indicizzati non a variabili finanziarie, quali sono i Bot o l' euribor, bensi al costo della vita.
Tradizionalmente sono detti titoli reali, ma da un po' è invalso l'uso di chiamarli inflation linked, Se infatti non fa sfoggio di pseudo-cultura finanziaria con espressioni inglesi, un gestore o giornalista economico si sente un verme. In particolare esistono da alcuni anni:

  • titoli di Stato, fra cui in particolare gli italiani Btp-i con durate 7 fino al 2035;
  • buoni fruttiferi postali indicizzati all'inflazione italiana di durata decennale (a partire dal 2006 con le serie Il, 12 ecc.);
  • obbligazioni emesse da banche o altre società private con durate e forme d'indicizzazione diverse.

La tabella seguente riporta le principali caratteristiche di tali titoli:

Titoli reali, indicizzati all'inflazione
titolo costo della vita indicizzazione all'inflazione del... reinvestimento degli interessi  rischio di prezzo 
capitale tasso d'interesse
titoli di stato principalmente area euro si no no si
buoni fruttiferi postali Italia si no si no
obbligazioni societarie area euro o Italia in genere no in genere si no si

Quasi tutte le obbligazioni private hanno cedole agganciate all'inflazione, mentre il capitale non varia. Invece coi Btp-i (e simili) e i buoni postali il capitale cresce in parallelo col costo della vita. In compenso è piu basso il tasso degli interessi, dai primi pagati una o due volte l'anno, dai secondi reinvestiti in automatico.

Solo i buoni postali però danno diritto in qualunque momento al rimborso di quanto versato, normalmente maggiorato di interessi e rivalutazioni. Quindi Btp-i, Oat-ei ecc. in prospettiva (ovvero se tenuti fino alla scadenza) rendono di piu, ma espongono al rischio di perdite, se venduti prima.

Già solo per la mancanza di trasparenza sono da evitare i fondi specializzati, che mandano in sollucchero i giornalisti economici. Vedi l'articolo «Fondi, le scialuppe antinflazione» di Francesca Monti, la quale si guarda bene dall'informare i lettori che solo i titoli reali garantiscono per regolamento un rendi mento superiore all'inflazione, i fondi no (CorrierEconomia, 25-10-2004).

Hanno poi poco senso gli Etf (Exchange traded fund) rivolti ai titoli reali, di cui alcuni hanno denominazioni cosi complesse da lasciare interdetti. Come può uno mettere a cuor leggero i propri soldi in una roba che si chiama Deutsche Bank x-trackers ii iboxx global inflation-linked total return index hedged 8? Sbaglia inoltre Alberto Fuso di Norisk quando afferma di un Etf che «garantisce nel lungo periodo il potere d'acquisto del capitale», cosa che il giornalista del Sole 24 Ore prende per buona, senza obiettare nulla (Pietro Balducci, 31-10-2005 p. 49). In realtà una tale garanzia non è scritta da nessuna parte.

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