Guida al risparmio - Previdenza: TFR, TFS, fondi pensione, polizze vita ecc.

(dalle pagg. 200-204 de Il risparmio tradito edizione 2009)

Trappole previdenziali

Molti sono preoccupati per la propria pensione e cercano di risparmiare per la vecchiaia. È un comportamento sensato per chi non possiede già un cospicuo patrimonio.

Il guaio è che banche, sindacalisti, assicuratori, venditori porta a porta ecc. approfittano di tali timori per collocare polizze vita, fondi pensione e piani individuali pensionistici (pip). Che sono tutti prodotti da evitare. Per giunta gli ultimi due legano le mani fino all’età della pensione e anche allora non si potrà incassare tutto.

Sugli svantaggi dei prodotti cosiddetti previdenziali si potrebbe scrivere non un libro, bensí un’enciclopedia. Gli esempi peggiori sono forse le polizze vita appoggiate a obbligazioni della Lehman Brothers o delle banche islandesi, anch’esse sprofondate. Ma in pratica nessuna si salva: vedi per es. le seguenti segnalatemi da due miei lettori.

  • Un risparmiatore di Goito sottoscrive una polizza Skandia e precisamente Next Evolution Regular Premium, con un versamento iniziale di 1.800 euro.
    La conseguenza immediata? Prima aveva 1.800 euro e dopo solo 180. Infatti il 90% è stato subito incamerato dalla compagnia e in congrua misura rigirato al venditore.
  • Un imprenditore di Novi Ligure si ritira e mette parte del ricavato (155.000 euro) in Unidiamond Plus New, una polizza di Aviva collocata dall’Unicredit. La conseguenza? La somma, prima disponibile, per un anno resta bloccata. Pagando poi una penale del 3%, l’anno successivo può ritirare quanto rimasto al netto di costi, commissioni, minus di gestione ecc. Una penale per tornare in possesso dei propri soldi! Come dire? Il cliente è un pollo da chiudere in gabbia per spennarlo meglio.

Può darsi che esista qualche formula che permette un’elusione fiscale. Ma ciò implica scommettere sul mantenimento dell’attuale normativa tributaria. L’ottica che adottiamo non è però quella dello scommettitore. È piuttosto quella dell’investitore prudente, che le eviterà tutte e di regola smetterà i versamenti programmati per quelle in corso (vedi pag. 172).

TFR sicuro, fondi pensione pericolosi

Parlare del Trattamento di fine rapporto (TFR) in un libro sul risparmio tradito non è fuori luogo. Infatti...

  • Si tratta comunque di una forma di risparmio, seppur forzoso. Il datore di lavoro calcola il 6,91% della retribuzione annua, che trattiene e rivaluta periodicamente in base all’inflazione. Lo corrisponde poi al dipendente quando il rapporto di lavoro finisce per dimissioni, licenziamento, pensione ecc.
  • La riforma del TFR nel settore privato, scattata a inizio 2007, rientra a pieno titolo nei casi di risparmio tradito. Mirava infatti ad affossare il TFR a tutto vantaggio di una spuria alleanza formata da sindacalisti, rappresentati degli imprenditori, gestori, assicuratori ed economisti.

Per fortuna – dei lavoratori – essa non ha raggiunto gli obiettivi strombazzati. Ciò non ha impedito a Morena Piccinini, responsabile previdenza della Cgil, di affermare che «non è un risultato da poco essere arrivati al 31 per cento di adesioni dei lavoratori alla previdenza complementare nel primo anno di conferimento del Tfr» (Panorama, 30-3-2008 p. 187). Era piú corretto dire: «non è una sciagura da poco».

Criticare i fondi pensione sembra sfondare porte aperte dopo le perdite del 2007 e quelle ancor piú pesanti dell’anno successivo. Non appare però superfluo, visto che vari economisti e giornalisti continuano a ripetere che tali perdite non significano nulla perché verranno tutte recuperate con gli interessi e gl’interessi sugli interessi. Intanto chi ha smesso di lavorare a ottobre 2008 si è trovato con la pensione integrativa decurtata anche del 25-27% rispetto dodici mesi prima20. Cosí qualcuno in piú ha capito di essersi imbarcati in un’impresa magari non fallimentare, ma certo molto perigliosa.

Infatti il punto non è quanto renderanno in futuro i fondi pensione o i piani individuali previdenziali (pip), che in particolari periodi potrebbero anche battere il TFR. Il punto è il rischio che un lavoratore si accolla giocandoselo alla roulette della previdenza integrativa. Il Tfr è invece un gioiellino di sicurezza, infatti...

  • s’incrementa sempre in termini nominali, senza mai scendere;
  • è garantito dall’Inps in caso di fallimento dell’azienda;
  • è immediatamente e integralmente disponibile quando cessa il rapporto di lavoro;
  • esaminandolo in modo corretto, si scopre che incorpora una tutela quasi perfetta nei confronti dell’inflazione.

Nessun fondo pensione o pip garantisce gli stessi rendimenti senza limiti di tempo. Nessun investimento sui mercati finanziari è altrettanto protettivo in termini di potere d’acquisto. Fuori strada è quindi il commento di Lorenzo Maroni e Marco Fratini su Oggi (28-6-2007 p. 165) secondo cui «i rendimenti del TFR sono tranquilli, ma hanno un nemico: l’inflazione».

Tutti gli argomenti a favore della previdenza completare sono infondati o debolissimi: i vantaggi fiscali sono irrisori e divorati dai costi, il contributo del datore di lavoro è facilmente vanificato dai rendimenti negativi, una pensione integrativa si può ottenere anche tenendosi il TFR ecc.

Per maggiori approfondimenti vedi “La pensione tradita” (sottotitolo: conti alla mano perché conviene tenersi il TFR e non aderire ai fondi pensione, Fazi Editore, 2007) dove sono sviluppati con valutazioni numeriche i punti qui solo accennati. Fra le altre rarissime voci a difesa del Tfr già prima della scadenza del 30-6-2007 merita citare Famiglia Cristiana con gli articoli di Giuseppe Altamore, i sindacati di base (RdB, Cub, Cobas ecc.) e Beppe Grillo21.

Il settore pubblico: TFS, Buona uscita, Espero, Perseo ecc.

Quanto abbiamo visto vale per i dipendenti del settore privato. Gran parte dei dipendenti pubblici ha invece diritto a un trattamento analogo alla vecchia indennità di anzianità, nota anche come liquidazione. Nel settore privato essa venne sostituita nel 1982 dal TFR, perché troppo onerosa per i datori di lavoro. Sopravvisse nel pubblico impiego per tutti gli assunti a tempo indeterminato entro il 31-12-2000 (e anche dopo per alcune amministrazioni). Anziché il TFR, a costoro spetta quello che viene chiamato in generale Trattamento di fine servizio (TFS) e in particolare...

  • indennità di buona uscita nello Stato;
  • indennità premio di servizio negli enti locali, il Servizio sanitario nazionale ecc.;
  • indennità di fine rapporto nella Banca d’Italia e le authority;

Caratteristica comune è l’aggancio all’ultimo stipendio o agli ultimi stipendi, come appunto era per tutti fino al 1982. Diverse sono le formule con cui è calcolato: per gli insegnanti il riferimento è l’80% dello stipendio, per i dipendenti della Banca d’Italia e delle authority va dal 116,25% al 125% ecc. Poiché questo libro non è un aggiornamento de “La giungla retributiva” di Ermanno Gorrieri, lasciamo ogni commento ai lettori.

Il TFS è potenzialmente piú vantaggioso e comunque piú sicuro del TFR; infatti...

  • aumenta di piú, se la propria retribuzione cresce per scatti automatici, avanzamenti di carriera ecc.;
  • l’aggancio alle retribuzioni dei lavoratori attivi si prospetta piú efficace in scenari di altissima inflazione.

La riforma del TFR del primo semestre del 2007 ha interessato solo il settore privato. Ma già prima si era manifestata una forte volontà politica bipartisan per estendere la previdenza integrativa al settore pubblico, a scapito del TFR e anche del TFS. Esemplare il caso, con ruolo di apripista, del fondo Espero. Come tutti i fondi pensione chiusi, cioè riservati ai lavoratori di determinate aziende o settori, gode del beneplacito e anzi dell’attiva collaborazione dei sindacati, salvo rarissime eccezioni*. È rivolto al personale della scuola in regime sia di TFR che di TFS.

Per i primi vale lo stesso discorso del settore privato: meglio tenersi il TFR. La seconda fattispecie merita invece un breve approfondimento. Viene infatti proposta l’adesione al fondo Espero combinata col passaggio dal TFS al TFR, per la parte che non viene versata nel fondo pensione. Per renderla allettante, la pubblica amministrazione offre un contributo aggiuntivo dell’1,2% annuo oltre all’1% previsto per chi è già in regime di TFR. Analogo comportamento hanno adottato le authority per favorire il passaggio al TFR.

La cosa desta sospetti. Perché fare ponti d’oro a chi esce dal regime del TFS? Forse perché allo Stato conviene eliminarlo il piú possibile, in quanto troppo oneroso (anche solo potenzialmente) per il datore di lavoro?

Nei primi anni di vita il fondo Espero ha avuto scarsa diffusione, confermando la saggezza della maggior parte dei lavoratori italiani che hanno capito che conviene rifiutare una previdenza integrativa rischiosa, opaca e vincolante. Però la pubblica amministrazione e i sindacati, salvo rare eccezioni, non demordono. Basti dire che nell’ottobre 2008, in piena crisi finanziaria, hanno deciso di dare vita ai fondi Sirio e Perseo per ministeri, parastato, sanità ecc.

Scelte operative

Vediamo innanzi tutto la situazione dei lavoratori dipendenti, elencando dalla piú sicura alla piú rischiosa le tre alternative per il trattamento di fine rapporto o servizio:

  • TFS (Trattamento di fine servizio) nel settore pubblico: è il piú sicuro perché agganciato alla retribuzione;
  • TFR (Trattamento di fine rapporto) nel settore privato o anche pubblico: le perdite in termini nominali sono escluse e quelle in potere d’acquisto si verificheranno solo in caso di iperinflazione;
  • Previdenza integrativa: fondi pensioni e p.i.p.: anche i comparti c. d. garantiti offrono in realtà garanzie inaffidabili oltre che limitate soprattutto a lungo termine; negli altri comparti perdite pesanti non solo sono possibili: si sono già verificate!

La conclusione operativa è quindi semplice: chi non ha aderito alla previdenza integrativa si guarderà bene dal modificare la sua scelta, soprattutto con certi chiari di luna. Chi deve ancora deciderne la destinazione, perché assunto da meno di sei mesi nel settore privato, farà bene a comunicare subito al datore di lavoro la sua intenzione di tenerlo in azienda ovvero regolato secondo l’art. 2120 del codice civile.

Chi ha rinunciato al TFR, magari per la trappola del silenzio assenso, può almeno cambiare comparto a certe scadenze: è in prigione, ma può cambiare cella. Se vuole rischiare il meno possibile, sceglierà il comparto garantito, in linea di principio meno rischioso anche di comparti col nome di «prudente», «monetario» ecc. Se versa un contributo volontario e soprattutto finché è in un comparto piú o meno azionario, può valutare seriamente l’opportunità di interromperlo, investendo per conto suo la somma netta che risparmia. Con ciò perde il contributo del datore di lavoro, ma a conti fatti tale scelta può risultare conveniente.

A parte le scelte dei lavoratori per il TFR o TFS, a chi vuole destinare propri risparmi a fini previdenziali conviene regolarsi non diversamente da chi l’investe genericamente per il futuro, mettendoli in titoli e immobili, come abbiamo visto nelle pagine precedenti, evitando ogni investimento presentato come previdenziale. Sono però inadatti i c.d. zero coupon bond od obbligazioni a cedola nulla di durata pluridecennale, che molti giornalisti economici decantano a tal fine: vedi n. 7 dello “Stupidario del Sole 24 Ore”. Il rischio è insito nel tasso fisso per un periodo di tempo lunghissimo. Non espongono invece a tale pericolo i buoni fruttiferi postali grazie al diritto al rimborso anticipato alla pari.

Un’attenzione particolare meritano gli investimenti indicizzati all’inflazione, come è pacifico e assodato fra gli studiosi della materia. Solo i giornalisti confindustriali, in virtú di una fede incrollabile nell’investimento azionario e anche di un’autostima infinita, possono bollare come eretico un libro con tale impostazione di Zvi Bodie, autorità indiscussa a livello internazionale nel campo dell’economia finanziaria*.

* Per la previdenza complementare (o integrativa) in generale vedi: Beppe Scienza, “La pensione tradita”, Fazi editore, 2ª edizione, 2007.

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