La scelta appare come un favore alle banche e un dispetto ai sindacati, non sorprendenti da parte del governo Meloni. In effetti la faccenda è più complessa. L’oggetto sono le somme, nell’ordine dell’1% dello stipendio, che il datore di lavoro a determinate condizioni aggiunge a quanto versano i dipendenti nella previdenza integrativa.
Attualmente tale contributo, in sindacalese detto datoriale, di regola è previsto solo con fondi pensione chiusi, frutti tossici della concertazione fra sindacati e padronato. Un lavoratore metalmeccanico può riceverlo solo se aderisce a Cometa, un chimico a Fonchim, un insegnante a Espero. Cessa trasmigrando a altra forma previdenziale: fondi aperti o piani individuali pensionistici (pip), venduti da banche, promotori e Poste. Si manterrà invece con la modifica decisa dalla Legge di Bilancio 2026.
Apparentemente l’impresa mette questi soldi di tasca propria, in realtà lo fa a scapito di aumenti retributivi. Ma la cosa più grave è un’altra. Questo contributo è una polpetta avvelenata per i lavoratori. È servito infatti da pretesto per attribuire alle associazioni padronali l’assurdo diritto di amministrare quei fondi pariteticamente coi sindacati. Vedi per es. Federmeccanica, Assistal e Intesind con Fim, Fiom ecc. nel caso di Cometa.
Così all’occorrenza le aziende riusciranno facilmente a dirottare risparmio previdenziale dei lavoratori secondo i propri interessi. I fondi pensione di categoria possono infatti investire “fino al 30% del patrimonio del fondo in azioni dei soggetti tenuti alla contribuzione” (art. 6 comma 13 b del D.lgs n. 252/2005). Quindi, se marca male, potranno fargli comprare titoli delle loro società, più o meno decotte. Non è possibile un disastro come quello del fondo pensione statunitense Enron nel 2001, ma la direzione è la stessa.
La portabilità del contributo datoriale permetterà a un lavoratore di sfuggire almeno a tale rischio, passando da Cometa, Fonchim, Sirio-Perseo, Fon.Te. ecc. a un fondo aperto, cioè non negoziale, o a un pip. Almeno inizialmente manterrà il contributo datoriale. Ma se molti lavoratori lo faranno, esso potrebbe sparire del tutto nei futuri rinnovi dei contratti nazionali di lavoro. Sindacati e aziende non hanno interesse a favorire fondi dove non hanno voce in capitolo.
Beppe Scienza


