Le modifiche al TFR previste dalla Legge di Bilancio 2026 s’innestano sulle numerose storture della previdenza integrativa in Italia. Elencarle tutte sarebbe lungo: ci limitiamo alle più gravi.
Nessuna garanzia. Fondi pensione, piani individuali pensionistici (pip) e polizze vita italiane sono rischiosi per l’assenza di garanzie in potere d’acquisto. Così per esempio nel 2022 fondi e pip hanno registrato perdite reali medie del 19,7%. E, se va male, capitali finali e rendite potranno subire decurtazioni reali anche peggiori e addirittura azzerarsi, in caso di iperinflazione (vedi tabellina). Il Tfr è invece corrazzato contro il carovita.
Rendite non rivalutate. Le pensioni pubbliche vengono riviste ogni anno per compensare quanto si è perso per l’inflazione. È la cosiddetta perequazione, che è piena per le pensioni più basse. Nulla di analogo è previsto per le rendite che si ottengono con fondi, pip e polizze. Esse non contemplano nessun adeguamento al costo della vita.
Trasparenza zero. Non si ha diritto di conoscere in dettaglio titoli e altro in cui è investito il proprio risparmio previdenziale. Tanto meno si possono conoscere le compravendite fatte. Se il gestore ha usato soldi per fiancheggiare la scalata di Mediobanca, non lo si può appurare. La trasparenza è ancora inferiore a quella dei fondi comuni di investimento. Non possono scoprire eventuali malversazioni né gli interessati, né eventuali inchieste giornalistiche.
Nessun diritto al recesso. Esso c’è per conti correnti, fondi comuni, utenze telefoniche ecc. Se le clausole contrattuali vengono modificate, l’utente può interrompere il rapporto. Invece nella previdenza integrativa le condizioni vengono allegramente peggiorate, ad esempio eliminando la garanzia di un rendimento annuo del 2%, e il cliente/aderente non ha diritto a recedere. Resta intrappolato nel fondo o pip fino all’età della pensione.
Fallimenti sotto il tappeto. La previdenza integrativa o complementare esisteva già parecchi decenni fa, anche se denominata diversamente. Vi erano polizze vita per avere una rendita vitalizia, sottoscritte soprattutto da lavoratori autonomi. Più volte furono un disastro. Quelle degli anni ’70 condussero a minus nell’ordine del 66% del potere d’acquisto, quelle degli anni ’40 a una perdita quasi totale. La causa fu la stessa che insidia ora la previdenza integrativa, cioè l’assenza di garanzie in termini reali.
Welfare al contrario. Avendo un reddito medio-basso il vantaggio fiscale, primo argomento di vendita, è annullato dai costi o addirittura trasformato in un minus. Può esserci per i redditi alti, in dispregio di ogni principio di Stato sociale.
Cosa cambia col 1° luglio?
Le nuove regole previdenza integrative, in vigore dal 1° luglio 2026 salvo rinvii, vengono sbandierate come molto vantaggiose. Non è così.
Silenzio-assenso, abbreviato e peggiorato. È un netto peggioramento, anche se opera unicamente per i neoassunti del settore privato, colf escluse/i. Dal 1° luglio gli verranno concessi solo 60 giorni per contrastare il silenzio-assenso che altrimenti dirotterà il loro futuro TFR nella previdenza integrativa. Finora erano sei mesi. Inoltre a chi non s’oppone viene imposto di versare altri soldi nel fondo oltre al TFR, se previsto dal contratto di lavoro. Si vedranno così alleggerita la busta paga a vantaggio dell’industria del risparmio gestito. Inoltre, anziché una linea garantita, avranno una gestione anche azionaria.
Alternative per la rendita. Oltre a un capitale una tantum o una rendita vitalizia, si potrà optare per rendite di durata fissa. È una modifica poco importante. Prudenza consiglia di prendere subito tutto quello che si può, per poterne tutelare il potere d’acquisto.
Arrotondamento per la deducibilità. Alla claque della previdenza integrativa difetta pure il senso del ridicolo. Decanta l’aumento da 5.164,57 a 5.300 euro dei versamenti annui fiscalmente deducibili. Nella sostanza è solo un tardivo arrotondamento per il passaggio all’euro.
Trasferibilità del contributo del datore di lavoro. È una modifica non necessariamente negativa di una questione complessa. Si tratta delle piccole somme versate dall’azienda a favore dei dipendenti che aderiscono a fondi pensione chiusi (Cometa, Fonchim ecc.). Pochi si sono resi conto che si trattava di una specie di polpetta avvelenata. In compenso per tale generosità, i datori di lavoro possono decidere gli investimenti dei fondi in concertazione coi sindacati. In tal modo all’occorrenza potranno rifilargli titoli delle proprie aziende, seppur con alcuni limiti. Finora tale contributo, detto datoriale, va perso passando a un fondo aperto o un pip. Dal 1° ottobre non più. Resta però da vedere se esso verrà mantenuto coi rinnovi dei contratti di lavoro. Esso infatti non interesserà più né ai sindacati né alle imprese, andando a finire in prodotti dove non hanno più voce in capitolo.


