Il risparmio tradito ® a cura di Beppe Scienza
I danni causati ai risparmiatori da fondi, gestioni e previdenza integrativa.

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Capire o inveire? Forse i tedeschi non hanno tutti i torti:
“Coronabond, perché la Germania non li vuole”.
post di Beppe Scienza del 1-4-2020 nel blog del Fatto Quotidiano.

Pensioni a perdere, la propaganda degli alti rendimenti del privato

Pubblicato lunedì 27 maggio 2019

Articolo sul Fatto Quotidiano del 27-5-2019 pag. 21

Agli italiani non converrebbe tenersi i contributi dovuti all’Inps e investirli diversamente? La questione è sentita. Non è affatto rara la recriminazione, in effetti alquanto qualunquistica, che i versamenti all’Inps sarebbero soldi persi, utilizzabili molto meglio in altro modo, anche mantenendo la finalità previdenziale. Accantoniamo pure l’obiezione a monte che la previdenza pubblica dev’essere obbligatoria in quanto assicurazione sociale, come è evidente a chiunque conosca la materia. Infatti sono obbligatorie anche le assicurazioni per la disoccupazione, gli infortuni, l’invalidità ecc.

Entriamo nel merito di valutazioni numeriche, in particolare prendendo in esame una recente elaborazione del Centro Studi Impresa Lavoro, che per il quinquennio 2014-2018 confronta i coefficienti di capitalizzazione applicati dall’Inps ai contributi versati e i rendimenti delle forme di previdenza integrativa, in tutto o prevalentemente obbligazionarie. I primi risultano dello 0,33% annuo medio, nettamente inferiori ai secondi al 2,62%, sempre annuo. In effetti ci sarebbe qualche riserva sulle aggregazioni fatte, ma il problema è un altro.

Soltanto a prima vista il confronto regge. Solo in apparenza esso dimostra che il privato conviene rispetto al pubblico. Ugualmente infondata è la tesi che alla fine della vita lavorativa si avrebbe un montante (capitale accantonato) superiore del 30%. Tutte tali conclusioni sono viziate da una grave carenza metodologica.

La buona o discreta redditività della previdenza integrativa negli ultimi anni deriva non dalla bontà dello strumento e tanto meno da un’inesistente bravura dei gestori, bensì dalla salita delle quotazioni dei titoli a reddito fisso, a sua volta conseguenza del calo dei tassi d’interesse. Prendendo per esempio i Btp decennali, nel quinquennio considerato il loro rendimento nominale è sceso dal 4,1 al 2,7%. Ma è impossibile che tale fenomeno continui a lungo termine. O qualcuno ipotizza seriamente che fra vent’anni i Btp renderanno in negativo il -2,5% annuo e fra trent’anni il -5%? In lettere: meno cinque per cento all’anno!

Ci sarebbe poi da aggiungere che il meccanismo di rivalutazione delle pensioni pubbliche tiene conto dell’inflazione, nei cui confronti la previdenza privata è del tutto sguarnita. In ogni caso certe analisi e soprattutto certe conclusioni, anche se formulate in buona fede, servono solo come strumento di propaganda ingannevole per chi vende fondi pensione, polizze e altra roba simile.

Beppe Scienza


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