Il risparmio tradito ® a cura di Beppe Scienza
I danni causati ai risparmiatori da fondi, gestioni e previdenza integrativa.

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Il risparmio tradito ®


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Capire o inveire? Forse i tedeschi non hanno tutti i torti:
“Coronabond, perché la Germania non li vuole”.
post di Beppe Scienza del 1-4-2020 nel blog del Fatto Quotidiano.

Lotta all'inflazione, i nostri soldi al riparo dalla crisi

Pubblicato lunedì 16 gennaio 2012

Articolo di Beppe Scienza su Vivere (gennaio 2012, pagg. 82-83).

Ritirare contanti dalla banca non è il modo migliore per proteggerli e per farli fruttare.

Molti hanno paura a tenere i soldi in banca, temendo fallimenti, blocco dei conti, eccetera. Cosa non va però nell’idea di togliere i risparmi dai conti correnti o libretti per tenerli in contanti? Non tanto il pericolo di furti, perché esistono soluzioni sicure, migliori che nasconderli sotto il materasso. Non le eventuali segnalazioni per la legge antiriciclaggio, che devono preoccupare chi preleva soldi per trafficare in droga, non chi li mette in cassetta di sicurezza.

Il vero difetto del tenere i soldi in contanti è l’erosione del loro potere d’acquisto. Tale rischio, seppur in misura minore, c’è comunque anche per chi investe i soldi in titoli o in conti deposito. Riguardo in particolare a questi ultimi, cioè ai vari conti Arancio, Chebanca, dimax, Ibl, Santander, Barclays e gli altri meno diffusi, nel 2011 hanno fruttato meno dell’inflazione. Mediamente hanno infatti corrisposto circa il 4,10% lordo, non riuscendo quindi a coprire l’inflazione, che per il 2011 si collocherà intorno al 3%. Lo stesso vale per chi ha tenuto i soldi in Bot: da dicembre 2010 a dicembre 2011 hanno reso l’1,75% netto, commissioni a parte, di nuovo non riuscendo a compensare la perdita di potere d’acquisto. In passato andò anche molto peggio, con perdite reali, cioè al netto dell’inflazione, oltre il 10% in alcuni anni della crisi petrolifera e comunque ancora del 5,5% nel 1980.

Ma adesso, diversamente da allora, esistono valide soluzioni per chi vuole una protezione dei propri risparmi dall’inflazione. L’importante è, prima di tutto, toglierli dai fondi comuni, gestioni, polizze vita, fondi pensione o prodotti analoghi. Nel caso di fondi pensione o simili ciò non è possibile, perché sono vere e proprie trappole, ma almeno si può smettere di aggiungervi soldi.

Quindi chi ha un lavoro dipendente fa bene innanzi tutto a tenersi il Tfr, ottimamente agganciato all’inflazione, e non lasciarsi ingannare da quei sindacalisti, che si sono trasformati in venditori di fondi pensione.

Riguardo invece ai propri risparmi occorre valutare quali rischi si è disposti a correre. Chi vuole essere sicuro di non vedere scendere il valore di quanto ha messo da parte a causa di movimenti negativi della Borsa fa bene a sottoscrivere Buoni fruttiferi postali indicizzati all’inflazione. La serie offerta nel dicembre 2011 è la migliore da quando esistono (febbraio 2006) e validissima in assoluto, perché protegge da perdite del potere d’acquisto per quanto alto sia il tasso d’inflazione in Italia. L’unico vero limite dei Buoni fruttiferi, a parte il rischio Italia, è che rivalutazioni e interessi sono congelati per 18 mesi: riscattandoli prima, si riceve solo quanto si è versato, per altro sempre senza nessuna spesa o commissione.

Un’alternativa sono i Buoni del tesoro poliennali indicizzati (Btp-i): il loro capitale segue l’andamento medio dei prezzi al consumo dei paesi dell’euro e in più pagano un interesse. Alcuni sono più brevi o brevissimi (Btp-i 2014 o 2012), altri lunghi o lunghissimi (Btp-i 2021 o 2041). Di per sé, tenuti sino alla scadenza, renderanno di più dei Buoni fruttiferi postali, ma può capitare di vedere il loro prezzo scendere anche del 30-40% in momenti di pessimismo sul futuro finanziario dell’Italia. La garanzia dello Stato italiano vale solo per il rimborso finale, ma prima può capitare (quasi) di tutto.

I Buoni del tesoro poliennali mantengono un buon rendimento se tenuti fino alla scadenza, a meno di un default dell’Italia

Altra soluzione sono i titoli della Germania, anziché dell’Italia, ugualmente agganciati al costo della vita. Ne esistono due, che rendono logicamente meno, ma sono ritenuti molto meno esposti al rischi di insolvenza da parte dell’emittente.

Chi ha un lavoro dipendente fa bene a tenersi il Tfr evitando fondi pensione. Chi vuole diminuire il rischio, può sottoscrivere Buoni fruttiferi postali.

Quattro soluzioni per voi

Strumento Quale inflazione?
Come fare?
Debitore (e garante)
Rendimento nominale netto con 3% di inflazione
 Il prezzo o valore può scendere?
Tfr Trattamento di fine rapporto  Italia  In automatico per i lavoratori
dipendenti, purché fuori dalla previdenza integrativa

Azienda (con garanzia Inps) o Stato
 

Dipende dal reddito partendo dal 4,3% il primo atto

No 
Buoni fruttiferi postali indicizzati all'inflazione Serie J19 di dicembre 2011
 Italia Solo alle Poste
Minimo 50 €
Cassa depositi e prestiti (con garanzia dello Stato)
Il 4,8% se tenuti per 10 anni
 No
Titoli di Stato italiani:
Btp-i 2,1% 2017 oppure Btp-i 2,55% 2041
 Paesi euro
Rivolgersi a una banca, sim o Bancoposta.
Minimo 1.000 € in valore nominale
 
Italia
A seconda dei titoli: quasi il 7% per i più lunghi
 Si
Titoli di Stato tedeschi:
Dbr-ei 1,5% 2016 o Bund-ei 1,75% 2020
 Paesi euro
  Germania
 Circa 2-2,25%
 Si


La tabella riporta i rendimenti validi per tutto dicembre per i buoni postali, mentre per i titoli di Stato italiani e tedeschi fa riferimento ai prezzi di metà mese. Aggiornamenti sono liberamente scaricabili dall'indirizzo Internet: www.beppescienza.it


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Prodotti finanziari che offrono un rendimento agganciato ma sempre superiore all'inflazione.

Beppe Scienza, in Difesa dall'inflazione

Tabella di confronto tra buoni fruttiferi indicizzati all'inflazione e ordinari.

Tabella su L'Espresso a cura del prof. Beppe Scienza, Dipartimento di Matematica, Università di Torino.

Netta convenienza a riscattare buoni indicizzati all'inflazione degli ultimi mesi per sottoscrivere quelli offerti in dicembre.

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In quanto a previsioni su tassi d'interesse, cambi ecc. faccio mia la battuta di Karl Otto Pöhl, allora governatore della Banca Centrale Tedesca:

«Ich gebe keine Zins- oder Wechselkursprognosen ab, zumindest schon gar nicht für die Zukunft».