Le perversioni delle riforme fiscali sulle plusvalenze in Borsa

25 Giugno 2018 :: Beppe Scienza :: Fisco

Articolo sul Fatto Quotidiano del 25-6-2018 pag. 22

A breve sono vent’anni di imposte sui guadagni di Borsa, più noti come capital gain. A tassarli ci aveva già provato il ministro Rino Formica, ma fu un esperimento durato un solo anno (1992). La complessa riforma dal suo successore Vincenzo Visco, entrata in vigore il 1-7-1998, era ispirata a principi di massima equità.

Ciò produsse alcune astrusità, come il meccanismo dell’equalizzatore poi abbandonato, ma anche una soluzione perfetta per i fondi comuni italiani. Ogni giorno veniva conteggiato il guadagno o la perdita e addebitata o accreditata (!) la relativa imposta. Chi disinvestiva rimettendoci, recuperava così ipso facto il 12,5% (aliquota di allora) di quanto perso. Ciò permise anche un exploit, ovviamente negativo, agli sfasciacarrozze del risparmio gestito. Cioè una perdita lorda superiore al 100%, riuscendo il fondo Spazio Euro Nuovi Mercati del Monte dei Paschi di Siena ad annientare prima tutti i soldi ricevuti e poi anche parte del credito d’imposta.

Si trattava comunque della migliore normativa possibile per i risparmiatori italiani. Peccato che domenica prossima sia l’anniversario anche della sua fine, datata 1-7-2011. Infatti Assogestioni, associazione di categoria del risparmio gestito, cominciò presto a pretendere la sua abrogazione. Le argomentazioni erano inconsistenti, ma tanto disse e tanto fece, che ottenne quel che voleva (e quando mai in Italia banche e assicurazioni non ottengono cosa vogliono?).

Per cui la situazione ora è la seguente. Se ad esempio uno vende prima un’azione rimettendoci tremila euro e poi un’altra guadagnando altrettanto, perdita e guadagno (giustamente) si elidono. Fa pari e patta, senza strascichi fiscali.

Se fa lo stesso con due fondi azionari, la perdita del primo non riduce la tasse dovute sul guadagno del secondo. Paga comunque 780 euro d’imposta e si trova registrata una minusvalenza. Ciò non dipende però da un’angheria del fisco, bensì dalla complessa, ma non assurda, classificazione dei diversi redditi finanziari.

Alcuni clienti cominciano però lamentarsi che i continui spostamenti (switch) da un fondo a un altro, in quella presa in giro che sono le gestioni in fondi, provochino addebiti di imposte e accumuli di minusvalenze difficilmente compensabili. La soluzione è semplice: basta non tenere in portafoglio nessun fondo o simili, bensì solo azioni, obbligazioni, future ecc.

Insomma, un caso di eterogenesi dei fini: una riforma voluta dall’industria del risparmio gestito spinge poi fuori di essa.

Beppe Scienza

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